Ci sono persone che attraversano la vita cercando un posto dove sentirsi a casa. E poi ci sono quelle che, non trovandolo, decidono di costruirlo. Peggy Guggenheim apparteneva alla seconda specie. Nata a New York il 26 agosto 1898, Peggy venne al mondo dentro una famiglia che aveva già conosciuto il grande sogno americano. Ma Peggy non era una donna destinata a rimanere immobile dentro la ricchezza della propria famiglia. Aveva un’inquietudine. Voleva vedere il mondo. Voleva essere libera. E la libertà, per lei, avrebbe dovuto soprattutto il volto dell’Europa.

Peggy nacque dunque nel privilegio. Ma il privilegio non è sempre sinonimo di felicità. La sua infanzia non fu serena. E quando aveva appena tredici anni, una tragedia entrò nella sua vita per non uscirne più: nell’aprile del 1912 suo padre, Benjamin Guggenheim, morì nel naufragio del Titanic. Quella morte avrebbe lasciato nella ragazza una ferita profonda. E forse, molti anni più tardi, quando Peggy avrebbe cominciato a circondarsi di opere d’arte, avrebbe cercato inconsapevolmente di riempire con la bellezza gli spazi lasciati vuoti dalla vita.

«Peggy» visse a Parigi, una città che sembrava respirare arte da ogni strada. Parigi era allora un luogo in cui pittori, scrittori, poeti, fotografi e intellettuali si incontravano nei caffè, nei salotti, nelle gallerie. Era una città in movimento. Dopo visse a Londra, New York e Venezia, come se la sua esistenza fosse un viaggio continuo alla ricerca di una casa. L’arte non era più qualcosa da contemplare nei musei. Era una scelta e una passione. La prima opera acquistata da Peggy fu una scultura di Jean Arp. Da quel momento qualcosa si mise in moto dentro di lei: un’opera dopo l’altra, cominciò a costruire una collezione che sarebbe diventata una delle più importanti del Novecento.

Nel 1938 Peggy aprì a Londra la galleria Guggenheim Jeune. Non era ancora il grande museo che sarebbe diventato il suo sogno. Peggy voleva dare spazio all’arte contemporanea, alle avanguardie, agli artisti che stavano rompendo le regole. Poi arrivò la guerra. E l’Europa che Peggy amava, divenne improvvisamente un luogo pericoloso. Le opere d’arte rischiavano di essere distrutte, confiscate o disperse. Peggy decise di continuare a comprare. Era quasi una corsa contro il tempo. Mentre l’Europa precipitava verso la guerra, lei costruiva la propria collezione: Opere di Picasso, Kandinsky, Miró, Dalí, Max Ernst, Mondrian e molti altri entrarono così nella sua storia. Non comprava soltanto quadri. Salvava possibilità. Salvava idee. Salvava una parte dell’Europa che rischiava di scomparire.

La sua collezione fu trasferita negli Stati Uniti e, nel 1942, a New York nacque Art of This Century, una galleria-museo destinata a diventare uno dei luoghi più innovativi dell’arte moderna. La città americana stava diventando il nuovo centro della cultura. E Peggy lo capì prima di molti altri. Art of This Century non era una semplice galleria. Era un’esperienza. Gli spazi progettati da Frederick Kiesler sembravano quasi opere d’arte essi stessi: pareti curve, forme insolite, ambienti che trasformavano il modo di vedere i dipinti. L’arte non doveva più essere soltanto appesa a una parete. Doveva entrare nello spazio. Doveva sorprendere. Doveva far pensare.

Nel 1943 Marguerita Guggenheim «Peggy», fece una delle sue scommesse più importanti su Pollock. gli dedicò la sua prima personale e gli offrì un contratto che gli consentì di dedicarsi interamente alla pittura e contribuì concretamente a sostenere il suo lavoro. «Peggy»credeva negli artisti quando ancora non erano diventati leggenda E poi c’era Max Ernst. Artista surrealista, dell’avanguardia europea. Peggy lo incontro in un’Europa che stava precipitando nella guerra. Tra loro nacque un amore e nel 1941 si sposarono negli Stati Uniti; il matrimonio sarebbe durato soltanto pochi anni. La sua vita sentimentale fu intensa e spesso tumultuosa. Ma c’era qualcosa che rimaneva quando gli amori finivano. L’arte. L’arte non la lasciava.

Poi arrivò Venezia. E fu diverso. Perché alcune città si visitano. Altre ci entrano dentro. Venezia entrò dentro Peggy. Nel 1947 decise di lasciare New York e tornare in Europa. L’anno successivo portò la sua collezione alla Biennale di Venezia. Era il 1948. L’Europa usciva dalla guerra. La Biennale riapriva dopo gli anni del conflitto. Portò nel Padiglione della Grecia la sua straordinaria collezione: 136 opere di 73 artisti: C’erano Picasso, Kandinsky, Klee, Miró, Mondrian, Max Ernst, Pollock, Rothko, Gorky e altri protagonisti delle avanguardie.

Marguerita Guggenheim «Peggy» non aveva soltanto portato dei quadri a Venezia. Aveva portato un futuro, trovò finalmente la casa che forse aveva cercato per tutta la vita, con la volontà che rimanesse a Venezia. Acquistò Palazzo Venier dei Leoni, un palazzo settecentesco rimasto incompiuto sul Canal Grande. Trasformò il palazzo nella sua casa la chiamavano l’ultima «Dogaressa». E la casa diventò museo. Nel 1951 cominciò ad aprirla al pubblico, permettendo ai visitatori di entrare nel suo mondo e vedere la collezione nel museo. Ma non un museo freddo. Un museo dove l’arte viveva insieme alla vita. 

La sua collezione, che aveva difeso e costruito con tanta ostinazione, fu destinata alla Fondazione Solomon R. Guggenheim. EPeggy vi entrò come una donna che finalmente aveva trovato una porta aperta. Frequentò artisti e scrittori, conobbe personalità dell’avanguardia, si immerse in quel mondo bohémien che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Peggy imparò a guardare. E imparare a guardare nell’arte, significa imparare a vedere ciò che gli altri ancora non vedono.

E forse è questo il significato più profondo della sua storia. Peggy non collezionò soltanto opere. Collezionò futuro. Era una donna, in un mondo dell’arte ancora dominato dagli uomini, ma non accettò di restare ai margini. Era una collezionista. Era americana, ma trovò in Europa e soprattutto in Venezia la propria casa. «Amava l’arte europea e sostenne l’arte americana».

E poi c’erano loro. I suoi cani loro nomi sembrano usciti da un piccolo romanzo surrealista: Cappuccino, era uno dei suoi Lhasa Apso e il nome è diventato così legato alla figura di Peggy che, molti anni dopo, la Collezione Peggy Guggenheim dedicò proprio a lui una scultura in vinile ispirata al suo cane. I cani erano spesso accanto a lei: I beloved babies: Pegeen, Peacock, Toro, Foglia, Madame Butterfly, Baby, Emily, White Angel, Sir Herbert, Sable, Gypsy, Hong Kong e Callida. Quattordici nomi. Quattordici piccole presenze nella sua vita veneziana.

Nel 1979 Peggy morì. Aveva ottantuno anni. Non volle essere separata dalla città che aveva scelto come propria Le sue ceneri furono deposte nel giardino del palazzo, nel luogo dove aveva fatto seppellire i suoi beloved babies. Erano spesso a canto a lei a Venezia, erano parte della sua immagine tanto quanto gli «occhiali a forma di farfalla», i grandi orecchini e le opere d’arte. A Venezia Peggy trovò finalmente la casa che forse aveva cercato per tutta la vita.

Peggy aveva trasformato la propria ricchezza in una missione, finì per riposare in un piccolo angolo di giardino. I suoi passi non attraversano più le stanze. I suoi piccoli Lhasa Apso non passeggiano più accanto a lei. Ma il suo sguardo è ancora lì. Dentro ogni quadro. Oggi milioni di persone entrano nel palazzo sul Canal Grande e incontrano gli artisti che Peggy aveva scelto. La sua voce non si sente più. I suoi passi non attraversano più le stanze.

Peggy Guggenheim non è riuscita a fermare il tempo. Ha fatto qualcosa di più difficile. Ha scelto ciò che del suo tempo meritava di sopravvivere. E forse è per questo che, ancora oggi, passeggiando lungo il Canal Grande, davanti a Palazzo Venier dei Leoni, si può immaginare una donna eccentrica con gli occhiali a farfalla, circondata dai suoi piccoli cani, che guarda un’opera appesa a una parete. La osserva in silenzio. Poi sorride. Perché sa di aver fatto la sua scelta. E sa che, questa volta, il tempo le darà ragione. E credo che la definizione più bella per Peggy sia proprio questa: non semplicemente una donna che amava l’arte, ma una donna che fece dell’arte il proprio modo di conquistare la libertà.

Elva Collao

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