Attraverso l’armonioso accostamento di linee e colori, Gauguin diede vita a uno stile inconfondibile, fondato sulla forza evocativa del Simbolismo e sulla purezza formale del Sintetismo. Le forme si fecero essenziali, i colori ampi e intensi, i contorni netti e definiti. La natura cessò di essere una realtà da imitare e divenne un linguaggio attraverso il quale esprimere emozioni, pensieri e dimensioni interiori. Per Gauguin, infatti, la semplice copia dell’originale non era in grado di trasmettere alcuna autentica verità artistica: «L’arte nasceva invece dalla capacità di trasformare la realtà in simbolo».
L’eredità di Gauguin risplende ancora oggi nella rivoluzione che seppe imprimere al linguaggio pittorico. L’introduzione di nuove forme, di colori intensi e di una diversa concezione dello spazio segnò una svolta decisiva nella storia dell’arte moderna. Le vaste campiture cromatiche, apparentemente naturali ma profondamente cariche di significato emotivo e spirituale, divennero il mezzo per dare forma all’invisibile e per esprimere idee astratte. «La pittura cessò così di raccontare ciò che l’occhio vedeva, per narrare ciò che l’anima percepiva”. È in questo spirito che risuonano le celebri parole dell’artista: «Non si deve riprodurre ciò che si vede, bensì ciò che si sente e si immagina». In questa semplice affermazione si racchiude la nascita di una nuova concezione dell’espressione artistica, destinata a influenzare profondamente le avanguardie del Novecento.
Paul Gauguin rimase profondamente affascinato dal linguaggio simbolico delle stampe giapponesi[1] e dalle opere dei maestri dell’Ukiyo-e, le celebri «immagini del mondo fluttuante», espressione della natura effimera dell’esistenza. Da esse assimilò la semplicità delle grandi campiture cromatiche, piatte e uniformi, i contorni marcati da linee nere o blu e la rinuncia ai dettagli superflui, affinché le figure principali emergessero con forza e immediatezza. Questi principi trovarono una naturale continuità nel Cloisonnisme[2] e costituirono una delle tappe fondamentali del suo percorso verso il «Primitivismo», accompagnato da un rinnovato interesse per la dimensione spirituale dell’arte.
Sognatore instancabile, immaginò di fondare «L’Atelier dei Tropici», o «Bottega dei Tropici», un luogo ideale dapprima concepito in Bretagna, nella scuola di Pont-Aven, e poi proiettato verso terre lontane. Quel sogno rappresentava il desiderio di sottrarsi alla realtà soffocante della civiltà europea e di ritrovare, attraverso l’arte, un rapporto autentico con la natura e con lo spirito.
Dalla stagione del Simbolismo alla scuola di Pont-Aven, egli concepì l’arte come la necessaria materializzazione di una visione interiore: una sintesi spirituale tradotta in forme essenziali, innaturali e volutamente piatte, costruite attraverso ampie campiture di colore e una rigorosa semplificazione delle figure. In questa ricerca la forma prevale sull’illusione prospettica, mentre il colore diventa linguaggio dell’anima. La sua opera segna così un decisivo punto di svolta nell’evoluzione della pittura post-impressionista, aprendo il cammino verso le avanguardie del Novecento e anticipando, con straordinaria sensibilità, le prime intuizioni dell’astrazione.
Questa ricerca raggiunge una delle sue espressioni più alte nel dipinto «La visione dopo il sermone»[3] o «La lotta di Giacobbe con l’angelo», autentico manifesto della nuova poetica di Gauguin. L’opera non rappresenta semplicemente un episodio biblico[4], ma una visione nata dalla fede delle donne bretone[5] raccolte in preghiera dopo il sermone. Non è un fatto reale, ma una visione condivisa, il riflesso della fede che prende forma nell’immaginazione, dove il visibile lascia spazio a quello invisibile, fondendosi in un’unica dimensione.
Con quest’opera Gauguin supera definitivamente il Naturalismo e il Realismo, liberando la pittura dall’obbligo di imitare il mondo visibile. Il colore rosso del terreno non appartiene alla natura, è il colore della tensione, non descrive più la realtà oggettiva, ma diventa il linguaggio dell’anima, capace di evocare emozioni, stati d’animo e significati spirituali. Le ampie superfici cromatiche, delimitate da contorni scuri secondo i principi del «Cloisonnisme», danno vita a un linguaggio essenziale nel quale il Simbolismo e il Sintetismo trovano la loro piena maturità. La pittura si trasforma così in una visione poetica dell’esistenza, nella quale ciò che si vede conta meno di ciò che si sente e si immagina.
Dopo le prime sperimentazioni artistiche, il linguaggio pittorico di Paul Gauguin si arricchì di nuove suggestioni, nelle quali il mito e il sacro si intrecciarono con le antiche culture del Mediterraneo e dell’Oriente. Le conformazioni solenni dell’arte Assira e la monumentalità degli affreschi egizi divennero per l’artista preziose fonti di ispirazione, alimentando una continua ricerca di nuove interpretazioni della forma, del colore e dello spazio.
Paul Gaugin[6], abbandona la carriera borghese alla ricerca di un altro visone di pittura, trovando piena maturazione nei suoi viaggi verso terre lontane, «inseguendo il sogno di un’umanità ancora incontaminata». Martinica, Tahiti, Mataeia e infine le Isole Marchesi, dove muore in povertà nel 1903 a Atuona, villaggio sull’isola di HivaOa. Polinesia.
[1] Generalmente realizzate in xilografie e stampe su matrici di legno e altri materiali.
[2] Tenica pittorica fine Ottocento, Che ricordano le vetrate medievale e gli smalti cloisonné.
[3] Lotta di Giacobbe con L’Angelo Visione Biblica. 1888.
[4] Contenuto nel cap.2 / 3del libro di Giacobbe, severo ammonimento contro l’orgoglio il materialismo e l’immortalità.
[5] Immagini delle Donne contadine del Nor della Francia, in preghiere con il tradizionale copricapo bianco, (cuffie)
[6] 1846/1903.
