Nelle trame del tempo presente, l’umanità celebra il culto del divenire, eppure l’indomani si disegna spesso all’ombra di paure profonde e di orizzonti incerti. In questo scenario si muove il Karma: non come un destino cieco o una condanna deterministica, ma come una trama invisibile di cause ed effetti. Custode del libero arbitrio, l’essere umano non subisce un piano prefissato, ma si fa scultore del proprio cammino, capace di deviare le traiettorie dell’imprevisto. Credere in questa giustizia invisibile offre un baricentro emotivo; è la speranza che il bene generi luce e che il male rifletta, prima o poi, la sua stessa sofferenza, restituendo un senso etico a ogni evento fortuito della vita.

Questo termine antico, nato dal sanscrito per indicare l’atto puro e l’azione, affonda le sue radici nell’Induismo e nel Buddismo rappresentano le fondamenti nelle religioni o filosofie orientali, designando la legge universale di causa-effetto e ogni azione sia fisica, verbale o di pensiero, genera una risposta o risultato, sia fisico, spirituale. Qui non rappresenta una punizione, ma una legge di risonanza spirituale per cui ogni pensiero, parola o gesto genera un’eco.

È la forza che incatena o libera l’anima dal «Samsara»[1], spinge l’individuo a muoversi nel mondo con profonda empatia e responsabilità circondata della positività in favore delle persone e degli altri.

Utilizzato nella vita di tutti giorni e affine alla legge di giustizia cosmica indicando che le azioni buone o cattive torneranno sempre in dietro, le leggi del contrappasso o legge del taglione è un principio di giustizia riparativa, regola le pene dei dannati, una punizione uguale o, il «karma lo punirà». Nel linguaggio comune la parola «karma» viene spesso utilizzata per spiegare ciò che accade nella vita. Molti sono convinti che il bene ritorni sempre a chi lo compie e che il male finisca inevitabilmente per ricadere su chi lo ha provocato. Ogni gesto, anche il più piccolo, assume così un valore simbolico e invita a riflettere sulla responsabilità delle proprie azioni Questa convinzione dona conforto e suggerisce l’esistenza di un equilibrio morale nell’universo.

Il pensiero umano ha cercato da sempre di decifrare questo mistero. Se le filosofie umanistiche ed esistenziali negano l’esistenza di un binario già tracciato, osservando la questione da una prospettiva diversa, l’uomo non nasce prigioniero di un destino prestabilito, ma costruisce la propria identità attraverso le scelte. L’esistenza non segue un copione già scritto; è un’opera aperta, continuamente modellata dalla libertà, dalla responsabilità e dagli imprevisti che accompagnano ogni percorso umano.

L’interpretazione del «libero arbitrio» secondo le filosofie esistenziali esclude un piano prefissato nelle nostre scelte. Nella psicologia, invece, il «Karma» si spoglia del mito per farsi specchio interiore: rifugiarsi in esso risponde al bisogno umano di sicurezza o, talvolta, al desiderio di delegare le proprie responsabilità a un «destino» superiore che ne determinerebbe il percorso. Eppure, la meraviglia del domani risiede proprio in questa oscillazione tra la scelta cosciente e l’imprevisto, sostenendo che tutto dipenda dalle nostre decisioni o dall’insieme delle nostre convinzioni inconsce. Di conseguenza, il nostro futuro si plasma attraverso le scelte e le azioni quotidiane, contenendo illimitate probabilità, persino considerando gli imprevisti.

Non è raro sentire qualcuno affermare: «Il karma mi ha premiato». Magari dopo un gesto di generosità racconta di aver ricevuto una piccola fortuna o, incontrare una persona speciale. Più che una prova dell’esistenza di una legge cosmica, queste espressioni raccontano il bisogno umano di riconoscere un legame tra le proprie azioni e ciò che accade, trasformando la casualità in una narrazione ricca di significato. Quando il dolore arriva senza essere stato invitato, cerca una ragione capace di renderlo meno incomprensibile. Forse è proprio questa la nostra natura: trasformare gli eventi in racconti, perché una storia è meno spaventosa del caos.

Il cristianesimo segue invece una prospettiva differente. La fede cattolica non accetta la reincarnazione né la dottrina del «karma», ma insegna che ogni essere umano vive una sola esistenza terrena, seguita dal giudizio di Dio. Rimane tuttavia comune il principio della responsabilità morale: le azioni dell’uomo hanno un peso e producono conseguenze. Il celebre insegnamento «si raccoglie ciò che si semina» richiama la necessità di vivere secondo il bene, pur distinguendosi profondamente dal significato orientale del «karma».

Così, tra «filosofia, religione e scienza», il «karma» continua a essere un simbolo della ricerca umana di giustizia e di senso. Che lo si consideri una legge spirituale, una metafora etica o una semplice interpretazione della realtà, esso invita a guardare dentro sé stessi, ricordando che ogni pensiero, ogni parola e ogni azione contribuiscono a disegnare il volto del futuro. Il domani non è una pagina già scritta: è un orizzonte che prende forma attraverso il coraggio, la libertà e la responsabilità con cui scegliamo di vivere il presente.

Forse il karma non è altro che questo: la memoria invisibile delle nostre scelte. Non una forza misteriosa che governa il mondo, ma il filo sottile che unisce ciò che siamo stati a ciò che un giorno diventeremo.


[1] Samsara, è l’eterno ciclo di nascita, morte e rinascita.

Elva Collao

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