Non tutti gli eroi brillano sotto i riflettori: alcuni crescono in silenzio, camminano tra le strade che sono dimora del loro vivere e, passo dopo passo, imparano l’arte della resilienza fino a comprendere il proprio destino. Louis Daniel Armstrong.

A New Orleans, Louisiana: città di suonatori. Non era una città fatta per suonare, si suonava perché senza il suono non si poteva vivere. Per molti suoi abitanti, la vita stessa perdeva significato se privata della musica.

Musica storica, nata fine ottocento dà i primi canti blues, fatta di racconti poetici e malinconici; si nutrivano di varie influenze — europee, inglesi, francesi — musica che vive e predomina a New Orleans. Così, tra fatica e speranza, nacque un suono che non era solo arte, ma necessità, un battito profondo capace di trasformare il dolore in canto e la vita in melodia.

Grazie ai pionieri del jazz classico, il nuovo suono prese forma lungo le strade di Bourbon Street, nel cuore del Quartiere Francese, e tra gli spazi aperti di Jackson Square. Qui, tra l’eco della spiritualità del Voodoo e le molteplici tradizioni musicali che lo avevano preceduto, germogliò una musica destinata a cambiare il mondo.

Tra queste influenze vi era il ragtime, musica pianistica nata nel Midwest, a Saint Louis, Missouri, e i ritmi bandistici di tradizione europea, intrecciati al blues: suoni che risuonavano per strada, nelle chiese e nel quartiere del divertimento di Storyville. Così, fondendosi con l’anima popolare della città, questa musica divenne parte essenziale dell’identità collettiva di New Orleans e pose le fondamenta per lo sviluppo del jazz, segnando l’alba di un nuovo secolo e l’inizio di una rivoluzione sonora nel XX secolo.

Nel 1901, nel sobborgo conosciuto come “The Battlefield”, all’interno di Back of Town, venne al mondo un bambino che presto fu abbandonato dal padre, a Crebbe a Storyville, zona nota per incuria e povertà, e la sua infanzia divenne rapidamente difficile.

All’età di sette anni fu accolto dalla famiglia Karnofsky, immigrati lituani, a cui fu affidato il compito di raccogliere rotami e carbone. Con il denaro guadagnato riuscì a comprare la sua prima cornetta tascabile. Nonostante le difficoltà, ricordò sempre la famiglia con affetto per averlo aiutato a superare anche le sfide legate al razzismo durante la sua giovinezza.

Il suo nome all’anagrafe era Louis Daniel Armstrong. Ancora bambino trascorse un periodo in riformatorio, considerato un “ragazzo ribelle”. Fu proprio lì che imparò a suonare la tromba e la cornetta, sotto la guida dell’insegnante Peter Davis, che lo incluse nella banda dell’istituto.

In quella banda imparò a suonare e a cantare, e il brano “When the Saints Go Marching In” divenne il suo biglietto da visita, aprendo le porte a lavori musicali durante fiere, sfilate e funerali. Queste prime esperienze segnarono la strada verso il futuro mestiere che avrebbe scelto: la musica come vita e passione.

Louis Daniel Armstrong divenne un pioniere del jazz grazie alla sua straordinaria tecnica di trombettista, guadagnandosi il titolo di “sonero del jazz”. Introdusse il suo stile nei blues del Mississippi e nella ricca tradizione multiculturale di New Orleans, dove creava e reinventava nuovi ritmi e “assoli” ispirati ai blues. Il suo talento lo porto a viaggiare a Chicago, New York e in altre grandi città, dove fu invitato a suonare con importanti band dell’epoca.

Nel 1922, a Chicago, formò il suo gruppo, il Louis Armstrong and His Hot Five. Tra il 1930 e il 1933 intraprese tour in Europa e nel Regno Unito, esibendosi in luoghi prestigiosi come il Nottingham Palais, e portando la sua musica in Giappone, Australia e oltre, arrivando a eseguire fino a trecento concerti all’anno.

Nell’età adulta coronò i suoi sogni stabilendosi nel Queens, New York, dove la sua musica continuò a risuonare come simbolo eterno del jazz. La sua citta lo ricorda con: Monumenti, musei, archivi musicali, l’Aeroporto e il parco a Tremè a lui dedicato, ogni anno ospita il Festival Jazz ogni anno.

I Brani: What a Wonderful Word”: inno alla bellezza della vita. Inno spirituale, esprime il desiderio di entrare in Paradiso insieme a la schiera dei santi.

“Hello Doly”: Il ritorno in scena di una protagonista chiamata “Dolly”. 1964.

El Manisero; “The Peanut Vendor” (1930): versione jazz interpretata in inglese. Originariamente un “son pregòn” cubano, fonde la sua voce inconfondibile con la tromba, diventando simbolo di resistenza culturale. Il brano reinterpretato da vari artisti e in vari ritmi, dal mambo al pop, fino al jazz, e tradotto in numerose lingue.

Elva Collao

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