Lo specchio fu acqua e metallo, prima di essere vetro Nell’antico Egitto, in Mesopotamia e in Cina, l’uomo imparò a lucidare superfici metalliche fino a catturare la propria immagine. Per la prima volta un volto poteva tornare indietro dallo sguardo di chi lo osservava. Da allora lo specchio è diventato qualcosa di più di un oggetto. Forse per questo, fin dall’antichità, intorno agli specchi sono nate paure e superstizioni.
Romperne uno significava, secondo antiche credenze, spezzare qualcosa di più profondo del vetro: l’immagine di noi stessi, la fortuna, perfino una parte dell’anima. Lo specchio diventava così una porta verso l’invisibile. La fisica spiega il comportamento della luce, la geometria descrive la riflessione e la simmetria, la psicoanalisi cerca ciò che accade nella mente quando incontriamo il nostro volto.
Nei secoli successivi lo specchio diventa a poco a poco elemento indispensabili per gli artisti, considerato un raffinato accorgimento riferito alla esplorazione filosofica, psicologica e prospettica, usato per imporre nuove regole nella pittura e dalla composizione del ritratto, e alle dinamiche di interpretazioni pittoriche. Ed è proprio questo il significato profondo dello «specchio nel mito»: lo specchio separa il desiderio dalla realtà. Narciso ama ciò che vede, ma non può raggiungerlo perché ciò che vede è lui stesso. Rimane così chiuso in un amore senza incontro, davanti a un doppio che gli somiglia perfettamente e che, proprio per questo, non può diventare un altro.
Lo specchio diventa allora simbolo dell’illusione dell’io: crediamo di conoscere noi stessi attraverso la nostra immagine, ma l’immagine non è mai la persona intera. Narciso muore guardando ciò che più desidera, «il volto dell’oltre» Ma nessuna spiegazione cancella del tutto il mistero. Perché ogni volta che ci troviamo davanti a uno specchio accade qualcosa di antico.
Nella letteratura diventa una vera porta. «Alice nel paese delle Meraviglie», da Lewis Carroll separa la realtà dal mondo. Attraversa la superficie dello specchio e scopre un universo ribaltato, simile al nostro, eppure governato da altre regole. È il mondo del doppio, dell’assurdo, del possibile. Anche nei racconti di Edgar Allan Poe ritorna «l’ombra del doppio»: l’altro che ci assomiglia può essere la parte nascosta di noi stessi, quella che non vogliamo riconoscere.
Nella fiaba di Biancaneve, lo specchio diventa quasi un personaggio. Non è più soltanto una superficie che restituisce un’immagine: è una voce, un giudice, un custode della verità. Ogni volta che la Regina. Cattiva, cerca nello specchio una conferma del proprio potere, della propria bellezza, della propria superiorità. Ma lo specchio non le restituisce ciò che desidera sentirsi dire. Con gli anni la bellezza di Biancaneve supera quella della Regina e, in quel momento, lo specchio diventa per lei uno strumento terribile. Teme ciò che quella bellezza significa: che qualcun’altra possa prendere il suo posto, che il tempo possa cancellare l’immagine che ha costruito di sé. Per questo lo specchio rappresenta anche la «paura di invecchiare» e di perdere la propria identità. In questo senso, lo specchio di Biancaneve può essere letto come una metafora della coscienza: ci mostra ciò che siamo, ma non sempre ciò che vediamo coincide con ciò che vorremmo essere.
Lo specchio è quindi anche una riflessione sull’arte stessa, ci mostra che la pittura può rappresentare ciò che non vediamo direttamente, può moltiplicare i punti di vista e può farci dubitare di ciò che consideriamo reale. La composizione, costruita per dare contemporaneamente una forte impressione di realtà e una fitta rete di significati. Lo specchio diventa un enigma, posizionando le figure in modo che la loro presenze aprono delle domande: Forse si trovano davanti alla tela che stanno dipingendo. Forse occupano proprio il posto dello spettatore.
Jan van Eyck, è uno dei grandi artisti della pittura fiamminga del Quattrocento. È celebre soprattutto per la straordinaria precisione con cui rappresentava la realtà: stoffe, metalli, vetri, gioielli e riflessi sembrano acquistare una consistenza quasi fisica. Al centro della parete di fondo un piccolo specchio convesso, esso riflette la stanza da una prospettiva impossibile: vediamo il dorso dei due protagonisti: nel Ritratto dei coniugi Arnolfi[1], dove la porta alle loro spalle si osservano le due figure che stanno entrando nella stanza. È come se Van Eyck avesse aperto una finestra dentro la finestra del quadro. Lo spettatore guarda la scena ma scopre di essere anch’egli osservato. Oltre la tavola lo specchio diventa un «occhio nascosto» che vede ciò che il nostro occhio non potrebbe vedere. La pittura a olio, costruita attraverso sottili strati trasparenti, gli permetteva di ottenere effetti di luce e profondità eccezionali.
Diego Velázquez en «Las Meninas»porta il problema dell’enigma dello specchio. La grande tela ambientata nel palazzo reale di Madrid. Al centro vediamo l’infanta Margherita circondata dalle sue dame d’onore, mentre sulla sinistra compare lo stesso Velázquez, intento a dipingere. Sul fondo della stanza, un piccolo specchio riflette il re Filippo IV e la regina Marianna. Il dubbio ci coinvolgi invitandoci a riflettere sulla nostra posizione, e si i personaggi: sono davante all’opera o dentro. Sottolineando proprio la complessità della composizione, costruita per dare una forte impressione di realtà e una fitta rete di significati. Noi guardiamo un dipinto, ma il dipinto sembra guardare noi. Lo specchio diventa così una sorta di «porta invisibile». Lo specchio, invece, ci restituisce l’immagine dei sovrani. A questo punto il quadro diventa quasi un labirinto di sguardi.
Antoon van Dyck. Legato alla esplorazione psicologica. Egli utilizza tuttavia il concetto dello specchio in due modi, il ritratto triplo e il ribaltato d’angolazioni diverse, scompone la tela trasformandola in una «cabina di specchi». Nelle «opere allo specchio» e nelle interpretazioni moderne lavora con le stampe d’incisioni[2], logrando ribaltare l’interpretazione della scena del «Cristo della moneta» capolavoro di Tiziano.Inizio modulo E nella esposizione al «Cristo spirante». Capolavori chiamati «Opere allo specchio». Concepì l’opra allo specchio dell’anima e del potere», riferito allo status sociale della nobiltà del seicento. In Alice lo specchio apre lo spazio e lo destabilizza, facendosi scoprire la presenza nascosta, ma a una realtà che esiste appena oltre il nostro sguardo
E così, nel corso di due secoli, lo specchio passa dall’essere un prodigioso strumento per rappresentare la realtà a diventare qualcosa di più inquietante: un dispositivo capace di mettere in dubbio la realtà stessa l’identità delle figure nello specchio rimane discussa. Lo specchio certifica una presenza, lo specchio diventa però qualcosa di più di un elemento realistico. Forse è proprio qui che nasce la modernità dello specchio nell’arte: non riflette più soltanto il mondo. Ci fa riflette il nostro modo di guardarlo.
[1] Dipinto del 1934.
[2] Incisioni di Martin Rota.
