Ci sono opere d’arte che nascono per essere ammirate, altre che nascono per raccontare una storia, denunciare un’ingiustizia o mettere a nudo le contraddizioni di una società. E poi ci sono quelle che, attraversando il tempo, diventano simboli di un’intera cultura, capaci di custodire la memoria di un popolo e di raccontarne l’identità. È questo il destino della Catrina, l’affascinante figura scheletrica che, con il suo cappello elegante e il suo sorriso silenzioso, è diventata una delle immagini più rappresentative del Messico e della sua straordinaria tradizione del Dia de los Muertos.
Per comprenderne il significato più profondo, dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino agli inizi del Novecento, quando il Messico attraversava una stagione di forti contrasti sociali e culturali. Una parte della società messicana, soprattutto quella che aspirava a salire nella scala sociale, guardava con ammirazione all’Europa, in particolare alla Francia, considerata un modello di eleganza, raffinatezza e prestigio. In questo clima, alcuni messicani dopo essersi arricchiti, cercavano di prendere le distanze dalle proprie radici, adottando abiti francesi, schiarendo artificialmente la pelle e imitando i modi delle classi europeizzate.
Fu proprio questa contraddizione a ispirare la matita pungente dell’illustratore e incisore messicano José Guadalupe Posada, che diede vita a una figura destinata a diventare immortale: la Calavera Garbacera. Non fu soltanto il desiderio di disegnare uno scheletro vestito con un cappello appariscente. Dietro quell’immagine si nascondeva una critica sociale profonda, ironica e intelligente. Attraverso la satira, Posada metteva in discussione la vanità di chi rinnegava le proprie origini per inseguire un’identità costruita sull’apparenza.
Il nome Garbacera derivava dal termine spagnolo garbanceros, associato a chi commerciava o consumava ceci, e veniva utilizzato in senso dispregiativo per indicare persone di origine indigena che cercavano di apparire europee, rinnegando la propria cultura. La figura creata da Posada diventava così uno specchio impietoso di una società in cui l’apparenza poteva contare più dell’identità, e il desiderio di sembrare diversi finiva per trasformarsi in una forma di disprezzo verso sé stessi.
La Calavera Garbacera elaborata dall’artista Posata, era rappresentata dallo scheletro dal volto essenziale. Ed è proprio in quella nudità si concentrava il messaggio più potente dell’opera: possiamo indossare vestiti raffinati, ostentare ricchezza e imitare le mode più prestigiose, ma davanti alla morte ogni distinzione si dissolve. Così nasciamo e così restiamo e, che nessuna eleganza può cancellare le nostre origini. La morte, spogliandoci di ogni maschera, ci restituisce alla nostra essenza più autentica.
La figura satirica avrebbe conosciuto una trasformazione grazie al pittore e muralista Diego Rivera. Fu lui, nel 1947, a renderla celebre nella sua imponente opera Sueño de una tarda dominicale en la Alameda Central: «Il Sogno di una domenica pomeriggio nell’Alameda Central», un murale che attraversa la storia del Messico attraverso personaggi, ricordi e simboli. Rivera riprese la Calavera Garbacera, le diede una presenza più elegante e riconoscibile e la consacrò nell’immaginario collettivo con il nome di «La Catrina». Il termine catrína, nella cultura messicana dell’epoca, indicava un uomo elegante e ben vestito, appartenente a una classe sociale agiata; Catrina ne rappresentava l’equivalente femminile.
Nel murale di Rivera, la Catrina, indossa un abito elegante e un ampio cappello, impreziosito da una sciarpa di piume che richiama simbolicamente l’immaginario preispanico e il legame con Quetzalcóatl, il serpente piumato, una delle divinità più importanti delle antiche civiltà mesoamericane. Accanto a lei compare Rivera stesso, raffigurato da bambino, mentre alla sua sinistra si trova Frida Kahlo, sua moglie, pittrice e donna dalla personalità straordinaria, che posa una mano sulla sua spalla.
In questa composizione, Rivera non si limita a rendere omaggio all’invenzione di Posada: intreccia epoche, identità e tradizioni. La cultura indigena e quella europea, le memorie preispaniche e le influenze spagnole si incontrano in un’unica rappresentazione, come parti di una storia complessa, fatta di ferite, contaminazioni e rinascite. La Catrina diventa così una figura attraverso la quale il Messico può riconoscere le proprie contraddizioni, senza rinunciare alla ricchezza delle sue radici. Diventa un ponte tra il passato e il presente, tra la vita e la morte, tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a essere.
In Messico, la morte viene vissuta attraverso una sensibilità culturale che unisce il ricordo, la spiritualità, la festa e l’affetto per coloro che non ci sono più. Le tradizioni del Giorno dei Morti affondano le proprie radici nelle antiche usanze indigene e si sono trasformate nel corso dei secoli attraverso l’incontro con il cattolicesimo e con le tradizioni europee. Il risultato è una celebrazione unica, nella quale il dolore della perdita non scompare, ma viene accompagnato dalla gioia del ricordo.
La morte, in questa visione, non guarda il conto in banca, non riconosce il prestigio, non distingue tra ricchi e poveri, tra potenti e umili. Davanti a essa, ogni essere umano condivide la stessa condizione. È questa una delle grandi verità che la Catrina continua a ricordarci: nessun abito può renderci immortali e nessuna ricchezza può metterci al di sopra della nostra comune umanità.
Durante i giorni dedicati ai defunti, le famiglie messicane preparano altari chiamati offenda, adornati con fotografie, candele, fiori di calendula — i vivaci cempasúchil —, cibi amati dai propri cari, bevande e oggetti che ne custodiscono la memoria. Il colore arancione dei fiori, la luce delle candele e il profumo dell’incenso accompagnano simbolicamente il cammino del ricordo. Le case e i cimiteri si trasformano in luoghi d’incontro tra memoria e affetto, dove i defunti vengono ricordati non soltanto per la loro assenza, ma per la vita che hanno lasciato negli altri.
Negli ultimi decenni, la sua immagine si è diffusa sempre più, trasformandosi anche in una forma di espressione artistica e popolare. Durante le celebrazioni e le sfilate dedicate al Dia de los Muertos, molte persone scelgono di truccarsi il viso ispirandosi nei teschi decorati della tradizione messicana. Il cosiddetto trucco Sugar Skull o teschi di zucchero che adornano gli altari e le offerte votive. Attraverso colori vivaci, disegni floreali, linee ornamentali e motivi che ricordano il ricamo, il volto si trasforma in una piccola opera d’arte.
Questa tradizione, riconosciuta dall’UNESCO nel 2008 come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, testimonia la forza di una cultura che ha saputo custodire e rinnovare le proprie radici. Una cultura nella quale la memoria non è qualcosa da lasciare alle spalle, ma una presenza viva, da tramandare di generazione in generazione.
E mentre le candele si accendono sugli altari messicani, i fiori colorano i sentieri e le famiglie si raccolgono intorno alle fotografie dei propri cari, la Catrina continua a sorridere, silenziosa ed eterna. Non per deridere la morte, ma per ricordarci che la vita, con tutte le sue fragilità e meraviglie, merita di essere celebrata fino in fondo. Perché la morte è il destino che ci accomuna, ma è l’amore a dare un significato al tempo che ci è concesso. E finché ci sarà qualcuno disposto a ricordare, nessuna storia sarà davvero perduta.
