Le donne produttrici di birra furono trasformate in streghe. La storia delle alewives ci invita a guardare oltre le immagini tradizionali.

C’è stato un tempo in cui, molto prima che la birra diventasse un’industria dominata dagli uomini, erano soprattutto le donne a custodirne i segreti. Nelle case medievali d’Europa, tra il profumo dei cereali, il calore del fuoco e il lento ribollire dei grandi recipienti, prendeva forma una bevanda antica, quotidiana e preziosa. Era la alé, una birra tradizionale che accompagnava i pasti, sosteneva il lavoro e rappresentava, per molte famiglie, una piccola fonte di sostentamento.

E dietro quella bevanda, così comune e apparentemente semplice, si nascondeva una storia fatta di lavoro femminile e, forse, di una delle leggende più affascinanti legate alla figura della strega. Nell’Europa medievale, soprattutto in Inghilterra, le donne che preparavano e vendevano la birra erano conosciute come alewives, brewsters o brewesses. La produzione della birra nasceva spesso all’interno delle mura domestiche: preparare la alé era una abilità tramandata di generazione in generazione, un sapere pratico che richiedeva esperienza, attenzione e una buona conoscenza degli ingredienti.

L’ale era spesso considerata una sorta di pane liquido, perché forniva energia e calorie grazie ai cereali utilizzati nella preparazione. Non era soltanto una bevanda da festa o da taverna: faceva parte della vita quotidiana, accompagnava il lavoro e riuniva le persone attorno a un tavolo. Alcune donne trasformavano questa attività domestica in un vero mestiere, accogliendo i clienti nelle proprie case e servendo loro una bevanda che, in determinate circostanze, poteva rappresentare un’alternativa alle bevande più costose. Per molte donne, tuttavia, il valore della birra andava ben oltre il suo contenuto nutritivo.

Saperla preparare e vendere significava poter disporre di un piccolo guadagno personale, partecipare agli scambi commerciali e conquistare uno spazio di autonomia. Ma le donne si riconoscevano nel mercato della vendeva birra: alcune raffigurazioni e ricostruzioni popolari mostrano le venditrici con copricapi alti e appuntiti, simili a quelli che oggi associamo alle streghe delle fiabe. Si è diffusa l’idea che indossassero questi cappelli per essere facilmente individuate tra la folla, quasi fossero un’insegna vivente della propria attività.

È un’immagine suggestiva: non esistono prove sufficienti per affermare che il cappello a punta fosse una divisa comune e ufficiale delle produttrici di birra medievali. I copricapi conici, del resto, appartenevano a tradizioni di abbigliamento differenti e potevano avere significati sociali, culturali e persino imposti dall’autorità. Il cappello aguzzato della «strega moderna» non deriva necessariamente da un’unica origine. Il suo significato si è formato attraverso secoli di immagini, credenze e pregiudizi. È possibile che alcuni copricapi aiutassero a distinguere determinate venditrici, ma non possiamo trasformare questa possibilità in una certezza storica. La realtà, come spesso accade, è più complessa della leggenda.

Anche le case delle produttrici di birra custodivano oggetti che, osservati attraverso lo sguardo dei secoli successivi, sarebbero diventati inquietanti. Nei grandi recipienti si scaldavano acqua e cereali; il mosto veniva preparato, lasciato fermentare e infine raccolto per essere consumato o venduto. I recipienti metallici, le pentole e i calderoni erano strumenti indispensabili per la cucina e per la produzione di bevande. Il calderone, oggi uno degli attributi più riconoscibili della «strega», apparteneva dunque anche alla normalità del lavoro domestico.

Nell’Inghilterra medievale esistevano invece insegne e aste associate alla vendita dell’alé, conosciute come ale-states o ale-wands. È importante, quindi, non confondere un’insegna documentata con la scopa che compare nelle rappresentazioni moderne delle «streghe». Inoltre nelle case dove si conservavano orzo, malto e altri cereali, i topi potevano rappresentare un problema serio. Un gatto era un alleato prezioso per proteggere le scorte alimentari e mantenere sotto controllo i piccoli roditori. La sua presenza non aveva necessariamente alcun significato magico: rispondeva a una necessità pratica, comune a moltissime società agricole.

Tuttavia, nei secoli delle persecuzioni per stregoneria, gli animali domestici potevano essere interpretati in maniera diversa. Il «gatto», soprattutto quello «nero», sarebbe stato progressivamente associato nell’immaginario europeo al mistero, alla notte e alle forze soprannaturali. In alcuni processi, gli animali venivano descritti come «presunti compagni del demonio», i cosiddetti familiari delle «streghe». Ciò che in una casa poteva essere semplicemente un gatto intento a cacciare i topi, in un contesto di paura e sospetto poteva diventare parte di una storia inquietante.

La figura della donna che prepara una bevanda in un grande calderone, che conserva cereali in casa, che possiede un gatto e che vive ai margini delle convenzioni sociali si presta facilmente a essere trasformata in un personaggio misterioso. Il lavoro quotidiano, osservato attraverso le paure di un’altra epoca, può assumere significati completamente diversi. La cucina diventa un laboratorio oscuro; la conoscenza delle erbe si trasforma in sospetto; l’autonomia di una donna può essere percepita come una minaccia. Non possiamo dire che sia andata sempre così, né che esista una linea diretta tra le antiche alewives e ogni immagine della strega che conosciamo oggi.

Possiamo piuttosto riconoscere, dietro alcuni degli oggetti che la tradizione le attribuisce, frammenti di un mondo domestico antico, nel quale le donne lavoravano, producevano, vendevano e cercavano di sopravvivere. E forse alcune di loro indossavano copricapi particolari. Forse altre avevano gatti per proteggere il grano, grandi recipienti per preparare la birra e insegne per richiamare i clienti. Ma non tutte erano streghe, e non tutte le streghe erano birraie. Il nesso è suggestivo, ma le origini dell’iconografia della «strega» sono molteplici e ancora discusse. La esposizione della «scopa» è una tradizione ripetuta in numerosi racconti divulgativi. Non ci sono prove sufficienti per sostenere che le birraie fossero perseguitate sistematicamente e venivano bruciate perché producevano birra.

Le restrizioni economiche e professionali sono documentate, ma non dimostrano una campagna generale di accuse di stregoneria contro di loro. Questo non significa che le donne non abbiano subito discriminazioni, né che il loro lavoro non sia stato progressivamente svalutato o reso più difficile. Significa soltanto che la storia merita di essere raccontata senza attribuirle certezze che le fonti non possono sostenere. Ed è proprio in questo spazio, tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo, che nasce il fascino della «leggenda delle streghe della birra».

E così, tra il profumo del malto, il crepitio del fuoco e le ombre di un passato lontano, la storia della birra ci lascia una lezione silenziosa. La storia delle donne e della birra è già significativa senza bisogno di mutare la leggenda in certezza. Racconta di lavoro, competenze, autonomia economica e trasformazioni sociali; il legame con le streghe è un’interessante ipotesi culturale, ma non una spiegazione storica definitivamente provata.

Forse è proprio qui che si nasconde la parte più affascinante di questa vicenda: non nella certezza che le birraie abbiano dato origine alle streghe, ma nella possibilità di restituire un volto e una voce a quelle donne che la storia ha lasciato troppo spesso nell’ombra. E se oggi, davanti a una birra, pensiamo per un istante a quelle mani antiche, al loro sapere e alla loro fatica, allora anche una bevanda comune può trasformarsi in una piccola porta aperta sul passato. Una porta dalla quale, tra storia e leggenda, tornano a farsi sentire le voci delle donne che per secoli prepararono la birra, molto prima che qualcuno decidesse di raccontare la loro storia al posto loro.

Elva Collao

Elva Collao Arce è una pedagogista, artista e ricercatrice di origini peruviane, nata a Lima e residente a Genova da oltre vent’anni. Laureata in Scienze della Formazione presso l’Università di Genova e diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Lima, ha dedicato la sua vita allo studio dei processi educativi, interculturali e artistici. Esperta in processi formativi e di educazione degli adulti, ha sviluppato una solida competenza nelle dinamiche di apprendimento e nella mediazione culturale. La sua formazione post-laurea comprende percorsi specialistici in: Mediazione Comunitaria Mediazione nelle Comunità Plurilinguistiche (Facoltà di Lingue) Diritti Umani e della Comunità Europea (Dipartimento di Scienze Politiche – DISPO) Processi Interculturali e Comunicazione: Modelli e Forme di Inclusione-Strategie (Endofap) Normative sull’Immigrazione (Dipartimento di Economia) Donne, Politiche e Istituzioni (Dipartimento di Scienze Politiche) Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (Dipartimento di Economia) Con un’esperienza che abbraccia America Latina ed Europa, Elva ha lavorato come insegnante, mediatrice interculturale e formatrice in progetti di inclusione sociale, diritti umani e pari opportunità, collaborando con enti pubblici e privati. Le sue ricerche e attività divulgative si concentrano sull’analisi delle dinamiche sociali, culturali e storiche delle società latinoamericane, con particolare attenzione ai temi dell’identità, del meticciato e dell’educazione interculturale. Attraverso il suo blog e le sue pubblicazioni, Elva Collao Arce promuove il dialogo tra culture, la valorizzazione delle tradizioni popolari e la conoscenza come strumento di crescita personale e collettiva.

Torna in alto